VERTIGO — live performance con videomapping immersivo

VERTIGO — live performance con videomapping immersivo

VERTIGO

performance dal vivo di musica e videomapping di Imaginarium

in collaborazione con Fondazione Mario Tobino

Consulenza scientifica: Giorgio Pini, Giada Marini

Sabato 9 maggio VERTIGO ha debuttato nell’ex Ospedale Psichiatrico di Maggiano un luogo profondamente simbolico, legato alla storia della cura della salute mentale e alla figura dello psichiatra e scrittore Mario Tobino.

Abbiamo presentato per la prima volta Vertigo al pubblico!, racconta Francesca Pasquinucci, Un Prologo, cinque Capitoli, un Epilogo — polarità, depressione, ansia, alienazione, isolamento, e infine il Kintsugi: le crepe colmate d’oro. L’applauso lungo e sincero che ci ha accolti alla fine ci ha detto qualcosa che speravamo ma non davamo per scontato: il messaggio è arrivato. Il pubblico ha colto pienamente il senso di un lavoro pensato per parlare a tutti — e in particolare alle nuove generazioni — di salute mentale come esperienza condivisa, senza filtri retorici e senza spettacolarizzazione.”

Lo spettacolo, firmato da Francesca Pasquinucci e Davide Giannoni e realizzato in collaborazione con la Fondazione Mario Tobino, non racconta la vita di Tobino, ma utilizza il suo pensiero come tramite concettuale per affrontare una riflessione contemporanea sulla salute mentale e sulle pratiche di cura, ascolto e relazione. Al centro della performance c’è quindi la fragilità, lo smarrimento che chiunque può sperimentare nella vita e che richiedecura, non come atto clinico, ma come attenzione, tempo, presenza e rispetto.

Il videomapping di Francesca dialoga con l’architettura dell’ex Ospedale, suggerendo stati interiori, frammenti, ombre, corpi e segni che emergono e si dissolvono come pensieri. La musica, scritta da Davide, costruisce un paesaggio emotivo continuo che accompagna il pubblico lasciando a ciascuno la libertà di riconoscere, interpretare o semplicemente sentire ciò che accade.


La salute mentale viene così restituita, in un luogo che parla di quotidiano e di normalità come una cucina, alla sua dimensione più autentica: non qualcosa che riguarda “gli altri”, ma una condizione che attraversa tutti, in momenti diversi della vita. In questo senso, la performance diventa un gesto di attenzione e di responsabilità culturale, capace di aprire uno spazio di riflessione senza imporre messaggi o risposte.

CAPITOLO I – Lo squilibrio come architettura dell’esistere.

Il primo stadio esplora le psicosi attraverso la lente del dualismo Up-Down. La scena si fa elettrica, dominata dall’adrenalina della fase maniacale: un’euforia che distorce la realtà, creando un mondo privato, velocissimo e onnipotente. È una montagna russa emotiva dove la velocità e la stasi si scontrano, portando il soggetto a una liberazione apparente. Ma è un inganno ottico: il “cielo” in cui il protagonista crede di volare è in realtà un soffitto di sguardi, una cupola di giudizio sociale che trasforma la libertà in prigione.

CAPITOLO II – L’entropia del sé e il furto del tempo.

Dal picco della polarità alla caduta senza fine. La scena diventa un mulinello di vento che trascina via ogni ancoraggio al reale. Testimonieremo uno svuotamento progressivo: dalle mani del protagonista sfuggono i simboli di una vita intera — orologi, strumenti musicali, libri, ricordi fotografici. Non è solo la perdita degli oggetti, ma la decolorazione dell’esistenza. Il mondo diventa grigio, mentre la vita stessa scivola via tra le dita in un’estetica della privazione.

CAPITOLO III – Il diritto alla fragilità sotto un cielo sincopato.

L’ansia non è un silenzio, ma un temporale imminente. Il suono si fa sincopato, intrecciandosi al riverbero dei lampi che squarciano la scena, metafora di una tensione elettrica neuronale fuori controllo. stormi di uccelli in fuga attraversano l’orizzonte in modo sempre più ossessivo, finché la loro sagoma non si fonde con le nuvole stesse. In questo caos atmosferico emerge il cuore del capitolo: la rivendicazione della sensibilità e il sacro diritto di essere fragili di fronte all’impeto degli eventi.

CAPITOLO IV – Il labirinto dei fili interrotti.

L’immagine si stringe su un dettaglio: una bocca che parla freneticamente a una cornetta. Mentre l’inquadratura si allarga, scopriamo una verità soffocante: l’individuo è letteralmente avvolto, intrappolato dal cavo telefonico. La comunicazione, che dovrebbe liberare, qui incatena. Il peso degli oggetti e delle innumerevoli cornette che il protagonista trascina su di sé diventa il simbolo di una connettività che isola invece di unire. È la messa in scena del paradosso contemporaneo: l’incapacità di incontrarsi “fuori dalla rete”, schiacciati dal peso di una relazione mediata e mai autentica.

CAPITOLO V – L’estetica dell’immobilità.

In questo capitolo, la musica si fa “nera”, statica. Scompare la melodia, scompare lo sviluppo narrativo. Resta solo una presenza sonora immobile, un drone ipnotico che rappresenta l’apatia e l’isolamento. È il grado zero del suono: un deserto acustico dove il tempo sembra essersi fermato, cristallizzando lo spettatore in un presente senza vie d’uscita.

EPILOGO – Riequilibrio e Ricomposizione

L’oro nelle ferite: una nuova ecologia dell’anima.

Il viaggio non si conclude con una guarigione clinica, ma con una metamorfosi poetica. La “ricomposizione” non cerca di nascondere le crepe, ma le celebra attraverso la pratica del Kintsugi esistenziale: ogni ferita è colmata con l’oro della consapevolezza. Mani, piedi, cuore e volto si rimettono in moto in una nuova natura, dove il dolore non è più un limite ma un elemento costitutivo di un sé più ricco e complesso. Lo spettatore assiste alla rinascita di un corpo che ha imparato a convivere con le proprie ombre, trasformandole in una risorsa vitale per il futuro.

LA CONSULENZA SCIENTIFICA

Il lavoro su Vertigo si è costruito attraverso un dialogo costante tra linguaggio artistico e competenza clinica, grazie alla consulenza del neuropsichiatra infantile dott. Giorgio Pini e della psichiatra dott.ssa Giada Marini.

Il confronto non è stato orientato alla traduzione di contenuti medici in forma visiva, ma a una lettura profonda dei vissuti emotivi che caratterizzano il disagio adolescenziale contemporaneo. Attraverso incontri e momenti di scambio, il progetto ha potuto nutrirsi di osservazioni cliniche legate a stati di ansia, disorientamento, sovraccarico emotivo, difficoltà relazionali e costruzione dell’identità. I due specialisti hanno accompagnato il processo creativo offrendo chiavi di interpretazione, suggerendo attenzioni etiche e aiutando a riconoscere quei confini sottili tra rappresentazione artistica e rischio di semplificazione o spettacolarizzazione del disagio psichico.

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