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Nuova edizione per  ‘Il manicomio di Pechino’ di Mario Tobino

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Nuova edizione del “Manicomio di Pechino” di Mario Tobino – con introduzione di Valeria Paola Babini e nota al testo di Matilde Cioni – edito nuovamente da Mondadori, che aveva già pubblicato la prima edizione nel 1990.

Si tratta di un resoconto in forma diaristica dell’esperienza del Prof. Tobino come Direttore generale dell’ex O.P di Maggiano tra il 1955 e il ’56 che gli richiedeva di aggiungere alle competenze del “medico di manicomio” nuove responsabilità burocratico-amministrative.

Il libro racconta anni decisivi, non solo per l’autore, ma per la psichiatria e per l’Italia: dall’arrivo degli psicofarmaci e l’applicazione della cura del sonno alla mentalità degli infermieri-contadini fino ai ricordi della processione del Corpus Domini realizzata proprio nella cappella del manicomio: “Fu una giornata memorabile. Tutti erano in festa. Anche perché avevamo invitato gli infermieri in pensione.” (Tobino e i suoi quaderni neri. Il suo nuovo romanzo di Vincenzo Pardini, La Nazione, 19 maggio 1990)

O della progettazione dei cartelli dei reparti “Non ho saputo trattenermi di andare più volte ad ammirare i due grandi cartelli che ho fatto fare e che sono stati messi sopra le porte dell’ingresso Uomini e Donne. Portano la scritta: Divisione femminile e Divisione maschile.” (Il manicomio di Pechino).

Sono momenti di riflessioni e confessioni che raccontano la lotta quotidiana del medico che cura e difende i suoi malati contro le esitazioni dei colleghi, contro amministratori inclini al basso intrigo più che al bene altrui e contro le meschinità dei politici, che non sempre comprendevano la sua umanità, la sua generosità nei confronti degli ammalati. Pagine che lo scrittore deciderà di pubblicare alcuni decenni più tardi, aggiungendovi una straniante coloritura “cinese” per dare il senso della distanza, non solo cronologica, che intercorre tra l’oggi della pubblicazione e il mondo arcaico descritto nel diario “Sia ben chiaro: quando dico manicomio di Lucca dico manicomio di Pechino…”

Credevo di averli perduti questi quaderni. Invece li ritrovai in un baule di mia madre. Allora li misi in fila e comincia a ricopiarli. Mi hanno fatto soffrire molto, perché non ho cambiato niente. Quello che era scritto era scritto. Ho dovuto lottare molto con me stesso. Ma infine ce l’ho fatta.” (Tobino e i suoi quaderni neri. Il suo nuovo romanzo, Vincenzo Pardini, La Nazione, 19 maggio 1990)

Quei diari ritrovati mi consolarono, mi rimisero in contatto con la vita passata: già a quel tempo io combattevo come potevo perché i malati stessero meglio.” (La Cina è vicina: alla follia, Corrado Stajano, Corriere della Sera, 13 maggio 1990)

Tobino affida come testamento ai lettori questo romanzo-diario che rappresenta l’ultimo tassello di quel “racconto di Magliano” che andò tessendo per molti anni, «un intreccio di scrittura e di vita – scrive nell’introduzione Valeria Paola Babini – che ci porta in una sorta di labirinto rigoglioso dove, anziché perderci, ci ritroviamo più umani».

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